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Il Gallo e l'Astronave

Una città che ha sfiorato le stelle dentro un'astronave, e un popolo che canta anche quando fa notte. La storia del Bari: il gioiello dei vicoli, la morte e la resurrezione, e l'orgoglio di chi non vuole essere la riserva di nessuno.

di Fabrizio — fondatore di VAKYR · 22 giugno 2026 · ogni parola è verificata su fonti pubbliche
Il Gallo e l'Astronave — la storia del Bari
Copertina originale VAKYR. Grafica realizzata da noi: nessuna foto soggetta a diritti, nessuno stemma del club.
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C'è un santo, a Bari, che il mondo intero conosce senza saperlo. San Nicola — quello che le sue spoglie riposano nella basilica sul lungomare, meta di pellegrini da mille anni — è lo stesso uomo che la leggenda ha trasformato, di paese in paese, in Santa Claus: Babbo Natale. Il patrono di Bari è, letteralmente, colui che dona. E questo dice già tutto di una città di porto, aperta a chi arriva dal mare, generosa fino all'osso. Tieni a mente questa parola — donare — perché di una città che dà tutto, sempre, senza chiedere niente in cambio, parla questa storia.

Atto I — La città (ovvero: cosa significa essere baresi)

Bari è il porto, prima di ogni altra cosa. La porta d'Oriente, da sempre: navi che partono e navi che arrivano, gente che mescola le lingue e le facce, mani sempre tese. Nei vicoli di Bari Vecchia, ancora oggi, le donne fanno le orecchiette sull'uscio di casa, in strada, sotto gli occhi di tutti: perché qui niente si nasconde, tutto si offre. È una città calda, rumorosa, fiera, che ti abbraccia e ti riempie il piatto prima ancora di chiederti il nome.

Quando, nel 1928, si trattò di scegliere un simbolo per la squadra, non lo decise un presidente: lo decise il popolo, con un referendum. In gara c'erano l'aquila, lo scoiattolo, il passero, la gazzella. Vinse il gallo. Lo scelsero per il suo carattere: combattivo, mai domo, e soprattutto perché è l'animale che saluta ogni nuovo giorno — quello che canta all'alba, anche dopo la notte più buia. Da allora il galletto biancorosso è lì, sul petto, a ricordare a tutti chi sono i baresi: gente che non smette mai di rialzarsi. Ricordatelo: tornerà alla fine.

Atto II — L'astronave e il gioiello

La sera del 3 giugno 1990 sul prato del Bari atterrò un'astronave. La costruì Renzo Piano, il più grande architetto italiano, e fu lui stesso a chiamarla così — l'Astronave — per quei petali bianchi che sembravano una navicella scesa dal cielo nel mezzo della campagna pugliese. Cinquantottomila posti, il terzo stadio più grande d'Italia. Bari la inaugurò battendo 2-0 il Milan campione d'Europa, e poche settimane dopo il mondo intero arrivò lì: Italia '90, i Mondiali, con la finale per il terzo posto tra Italia e Inghilterra giocata proprio sotto quei petali. Quello stesso anno il Bari alzò la Coppa Mitropa, l'unico trofeo internazionale della sua storia. Per un momento, una città del Sud toccò davvero le stelle.

Dietro quel sogno c'era una famiglia: i Matarrese. Prima Antonio, poi il fratello Vincenzo — ventotto anni alla guida, il presidente più longevo della storia biancorossa — che riportò il Bari tra i grandi e firmò un'impresa mai più ripetuta: due promozioni di fila, dalla C1 alla Serie A. E in quegli anni il San Nicola si innamorò di una sfilza di idoli: il brasiliano João Paulo, il mancino di Putignano Pietro Maiellaro — anima della Coppa Mitropa — e l'inglese David Platt, preso da campione dopo Italia '90. E soprattutto lui: Igor Protti, "lo Zar". Nel 1995-96 segnò ventiquattro gol e vinse la classifica cannonieri di una Serie A stellare — unico nella storia a riuscirci con una squadra poi retrocessa. Un eroe romantico che a Bari lasciò il cuore: la sua storia ve l'abbiamo raccontata qui.

Ma il momento che nessun barese dimenticherà mai non nacque su un palco internazionale. Nacque nei vicoli. Un bambino cresciuto nella povertà, tirato su dalla sola madre nel quartiere di San Nicola, a Bari Vecchia, che imparò a giocare a pallone tra i panni stesi e le pietre. Lo chiamavano il Gioiello di Bari Vecchia. Si chiamava Antonio Cassano.

Il 18 dicembre 1999, a diciassette anni, contro l'Inter dei campioni, Cassano prese una palla lunga quaranta metri, la addomesticò di tacco mentre correva, saltò due difensori da Nazionale — Panucci e Blanc — finse il tiro, fece sedere il portiere e la depose in rete. Bari-Inter 2-1. Il San Nicola esplose come un vulcano. Quel ragazzo dei quartieri poveri, in dieci secondi, mostrò al mondo che la magia, a Bari, nasce in strada. Due anni dopo la Roma lo pagò sessanta miliardi di lire: il teenager più costoso della storia del calcio. Dal vicolo, alle stelle.

Atto III — La morte, e la resurrezione

Poi arrivò il giorno più nero. Estate 2018: il Bari non riesce a iscriversi alla Serie B. Fallimento. «Muore il calcio dopo 110 anni», scrissero i giornali. Centodieci anni di storia spazzati via da una firma mancata. Il sindaco Antonio Decaro, con la voce rotta, lo disse semplice: «È un brutto giorno». Una squadra che aveva ospitato i Mondiali e cresciuto Cassano, morta.

E qui succede la cosa che fa di Bari quello che è. Perché quando una squadra fallisce, di solito i tifosi spariscono. A Bari, no. Il Bari ripartì dalla Serie D — la quarta serie, dove non c'era finita da sessantaquattro anni — e quel popolo, invece di voltarsi, riempì l'Astronave. Ottomila abbonati per una squadra di quarta serie. Dodicimila anime, certe domeniche, dentro uno stadio da Mondiale, a cantare per giocatori che nessuno conosceva. Il gallo aveva ricominciato a cantare nel buio. E da quel buio risalì: Serie C, poi Serie B. Risorto, come si era giurato. A guidare quella rinascita, in campo, un capitano: Mirco Antenucci, sessantatré gol in quattro stagioni, l'uomo-simbolo del ritorno tra i cadetti. Quando smise, non parlò di numeri: «Vi porterò sempre nel cuore».

Atto IV — Il novantaquattresimo, e le catene

11 giugno 2023. Finale playoff, ritorno, San Nicola. Cinquantottomila persone, lo stadio pieno fino all'ultimo gradino. La Serie A distava un soffio: dodici anni di attesa stavano per finire. Il Bari ci credeva, la città ci credeva, mancavano i secondi. Poi, al 94º minuto, un cross dalla destra, e Pavoletti del Cagliari la spinse dentro. Zero a uno. Cinquantottomila persone ammutolite nello stesso istante. Il silenzio più crudele che uno stadio possa fare. La Serie A, sfilata via nell'ultimo respiro.

E come se non bastasse la sfortuna, restavano le catene. Perché il Bari, oggi, non può nemmeno sognare liberamente la Serie A: appartiene alla stessa famiglia — i De Laurentiis — che possiede il Napoli, e la regola vieta a due club degli stessi proprietari di stare nella stessa categoria. Tradotto: finché esiste quel legame, Bari resta inchiodata. Una città di un milione di cuori condannata a essere la riserva di un'altra. I baresi questo non lo accettano: hanno portato gli striscioni fin sotto la sede della Federcalcio, a Roma — «Bari contro la multiproprietà» — hanno firmato petizioni, hanno alzato la voce. Lo aveva detto, anni prima, persino il vecchio patron Antonio Matarrese: «La Bari non può escludere Bari.» Una squadra non può cancellare la propria città. Perché si può perdere una finale al 94º. Ma non si può rinunciare alla propria dignità.

E nel 2026 è arrivata anche l'ultima coltellata: una stagione da incubo, la retrocessione in Serie C. L'Astronave di Renzo Piano, lo stadio dei Mondiali, di nuovo in terza serie. Un gigante in ginocchio.

Tre numeri, un'anima che non muore
58.270
i posti dell'Astronave di Renzo Piano: 3º stadio d'Italia, riempito per amore anche in Serie D
1990
l'anno dei Mondiali a Bari e della Coppa Mitropa: una città del Sud che toccò le stelle
94'
il minuto del gol che nel 2023 strappò la Serie A al San Nicola, davanti a 58.000 cuori

Atto V — Il canto del gallo

Eppure c'è una cosa che i baresi sanno fare meglio di chiunque, e l'hanno scritta nel loro simbolo cento anni fa, quando scelsero quell'animale e non un altro: il gallo canta all'alba. Anche dopo la notte più nera. È il suo mestiere, la sua natura. Annunciare che il giorno, comunque, torna.

Questa è una città che ha seppellito la sua squadra e l'ha riportata in vita con le proprie mani. Che ha riempito uno stadio da Mondiale per una squadra di quarta serie, solo per non lasciarla sola. Che ha pianto al 94º e si è rialzata. Che, anche incatenata, anche in Serie C, non smette di pretendere ciò che le spetta: il diritto di sognare in grande, da sola, sulle proprie gambe.

Ci sono tifoserie che meritano i palcoscenici più grandi del mondo non per quello che hanno vinto, ma per come amano. La gente di Bari è una di queste.

Un giorno l'Astronave tornerà a riempirsi sotto le stelle, libera dalle catene, com'era nata per fare. E quel gallo biancorosso canterà così forte che tutta l'Italia, di nuovo, sarà costretta ad ascoltare. Perché finché un popolo canta, la sua squadra non muore davvero.

Finché canta il gallo, Bari non muore. Forza Bari.

Fabrizio
fondatore di VAKYR — vakyr.com
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Questo racconto è nato nella Casa del Tifoso — la nostra piazza dove ogni tifoseria ha voce. Si tifa, si sfotte, ma con rispetto. 🔴⚪

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