VAKYR
C'è un solo calciatore nella storia che è stato capocannoniere in Serie A, in Serie B e in Serie C. Non giocava nelle grandi. Giocava dove c'era da risalire. E proprio per questo l'hanno amato tutti — non i tifosi di una squadra, ma il calcio intero. Questa è la storia di Igor Protti, e di un viaggio che, come ogni partita, è arrivato al suo fischio finale.
Tenetevi una parola, per tutta questa storia: province. Certo, Igor Protti ha vestito anche maglie importanti — il Milan lo comprò ragazzino, giocò nella Lazio e nel Napoli. Ma il suo cuore, e la sua leggenda, sono rimasti dove il calcio non è un'industria ma una febbre: Rimini, Messina, Bari, Livorno. I posti dove allo stadio ci vai col padre e poi col figlio, e una salvezza all'ultima giornata vale quanto uno scudetto altrove. Igor Protti è stato il re di quei posti lì — e mai, davvero, un uomo dei salotti. E forse è per questo che, quando se n'è andato, non ha pianto una città sola: ha pianto tutto il pallone italiano.
Perché c'è un primato che lui possiede quasi da solo, e che dice tutto di che giocatore — e che uomo — è stato. Igor Protti è l'unico calciatore, insieme a Dario Hübner, ad essere stato capocannoniere in Serie A, in Serie B e in Serie C. Tre categorie diverse, tre mondi diversi, lo stesso uomo davanti a tutti. E adesso tenetevi forte, perché vi do subito un altro numero, l'unico che conta per capire l'ingiustizia e insieme la grandezza di questa storia: con tutti quei gol, in tutta la sua carriera, le presenze di Igor Protti in Nazionale sono zero. Mai una convocazione vera, mai una maglia azzurra sulle spalle. Ricordatevelo, questo zero. Tornerà alla fine, e vi farà arrabbiare e commuovere insieme.
Igor Protti nasce a Rimini il 24 settembre 1967. È lì, nella squadra della sua città, che il calcio se lo prende presto: debutta in prima squadra a sedici anni, nel maggio del 1984, un ragazzino spedito in mezzo agli uomini. E qui serve fermarsi un attimo, perché è il punto di tutto. Era un altro calcio. Non c'erano i procuratori-faccendieri che ti costruiscono la carriera a tavolino, non c'erano i social a gonfiare un talento prima ancora che giocasse. C'era il campo, e basta. Per emergere da Rimini, da sedici anni, dovevi farti strada tra le botte di difensori che oggi verrebbero espulsi dopo dieci minuti, e tra campioni veri, gente che ti studiava e ti aspettava al varco. Ti facevi spazio coi gomiti, con la fame, con i gol. O eri bravo davvero, o tornavi a casa. Igor era bravo davvero.
E c'è un episodio, proprio all'inizio di tutto, che da solo racconta l'uomo. Il suo allenatore al Rimini, in quegli anni, era un signore di Fusignano che di lì a poco avrebbe rivoluzionato il calcio mondiale: Arrigo Sacchi. Ebbene, Sacchi lo guardò e fu tranchant: non aveva il fisico, era «troppo anarchico», la sua dimensione — sentenziò — era la Serie C. Punto. Un giudizio che avrebbe potuto spezzare le gambe a qualsiasi ragazzo. E sapete come ha reagito Igor Protti, per tutta la vita? Dandogli ragione. Raccontava quell'episodio senza un filo di rancore, con un'onestà disarmante: in quel momento Sacchi non aveva torto — quel giocatore lì, ancora acerbo nel corpo e nella testa, davvero non poteva fare di più. E poi aggiungeva la morale, quella che voleva regalare ai giovani: che con il lavoro, giorno dopo giorno, con la passione e il sacrificio si va oltre quelli che sembrano i propri limiti. Il giocatore «da Serie C» è diventato capocannoniere della Serie A. Non ha smentito Sacchi con le parole: lo ha smentito coi gol, uno alla volta, per quindici anni.
Il Milan se ne accorge e lo compra — ma invece di tenerlo a respirare l'aria dei grandi, lo manda a farsi le ossa dove il calcio è sangue: in prestito al Livorno. E già lì, ragazzino, fa la cosa che farà per tutta la vita: il gol che conta. È suo il gol all'ultima giornata che tiene in piedi la squadra, ed è con quella maglia che alza la Coppa Italia di Serie C nel 1987. Nessuno poteva saperlo, ma quella città e quel ragazzo si erano già scelti. Ci avrebbero messo dodici anni a ritrovarsi, ma non si sarebbero più persi.
Poi viene Messina, la Serie B, e la consacrazione. A Protti tocca un'eredità che avrebbe schiacciato chiunque: raccogliere il posto in attacco lasciato da Totò Schillaci, l'uomo che di lì a poco avrebbe fatto impazzire il mondo nelle Notti Magiche di Italia '90. Un altro si sarebbe nascosto. Lui no: segna trentuno gol in tre anni e diventa l'idolo indiscusso dei siciliani. È qui che nasce il personaggio: rovesciate, acrobazie, esultanze che facevano ridere e ballare un'intera curva. E fuori dal campo l'esatto contrario della star: la faccia da uno qualunque, il sorriso del ragazzo della porta accanto, zero arie. Uno che la domenica ti spaccava la partita con una rovesciata, e il lunedì lo incrociavi al bar come fosse il tuo vicino di casa. Il bomber romantico, lo chiamavano. L'anti-divo. E i tifosi, quelli veri, l'anti-divo lo riconoscono al primo sguardo: perché in lui ci vedono sé stessi.
E arriviamo a Bari. Stagione 1995-96, la sua Serie A. Protti gioca l'annata della vita: segna 24 gol e si laurea capocannoniere del campionato, alla pari con un fenomeno assoluto come Beppe Signori. Ventiquattro gol nel campionato più difficile del mondo, in un'epoca di difensori che picchiavano e di portieri che parlavano coi santi: il ragazzo di provincia diventato il bomber più letale d'Italia.
Eppure — e qui c'è tutta la sua storia in un solo dettaglio — quei ventiquattro gol non bastarono a salvare il Bari, che retrocesse lo stesso. Così Igor Protti si prese un primato rimasto solo suo nella storia del calcio italiano: l'unico capocannoniere della Serie A a essere retrocesso nella stessa stagione in cui aveva vinto la classifica dei bomber. Da una parte la gloria personale più alta, dall'altra la beffa più amara, nello stesso anno. La sua carriera è tutta in quel paradosso: i numeri di un fuoriclasse, la maglia di chi deve sempre risalire.
E ora torniamo a quello zero che vi avevo detto di ricordare. Igor Protti chiuse quella stagione come miglior marcatore della Serie A. Sapete quante volte, dopo, il commissario tecnico della Nazionale lo chiamò? Nessuna. Ci andò vicino per gli Europei del 1996, il suo nome ballò nelle liste — ma il pullman azzurro, alla fine, partì senza di lui. Il capocannoniere d'Italia restò a guardare gli Europei da casa, come un tifoso qualsiasi. È giusto? No. È ingiusto fino al midollo. Ma è anche, a pensarci bene, la cosa più sua che potesse capitargli: perché Igor Protti non è mai stato il giocatore del privilegio, della raccomandazione, del nome che pesa nelle stanze giuste. È stato il giocatore del campo. Senza un procuratore potente a spingerlo, senza una grande che gli facesse da megafono, si è preso tutto quello che si è preso a forza di gol e di gambe. E se il calcio dei salotti non gli ha mai aperto la porta della Nazionale, il calcio della gente lo ha fatto entrare in un posto molto più difficile da raggiungere: il cuore.
Ci sono giocatori che hanno collezionato presenze in azzurro che nessuno ricorda. E c'è chi non ne ha avuta nemmeno una, e lo piange un Paese intero. La maglia della Nazionale si eredita; quella di uno come Protti, te la devi guadagnare amandolo.
Dopo Bari vennero le grandi piazze. La Lazio, dove lasciò il segno persino nel derby della Capitale. Poi il Napoli. Tappe importanti, eppure si capiva che mancava qualcosa: a Igor non bastava giocare nelle grandi. A Igor serviva un posto a cui appartenere. E quel posto lo aspettava da dodici anni, su una collina che guarda il mare.
Nel 1999 Igor Protti torna a Livorno. E non torna per chiudere in tranquillità, a fine carriera, come fanno in tanti. Torna per prendere una squadra in Serie C e riportarla, gradino dopo gradino, stagione dopo stagione, fino alla Serie A. In un'epoca in cui i giocatori cominciavano a cambiare maglia come si cambia un telefono, lui faceva la cosa più antica e più rara del mondo: sceglieva una città e ci restava, per riportarla in alto con le proprie mani.
Diventa il capitano. Diventa la bandiera. Diventa il simbolo di un'intera città operaia, ruvida e fiera, che in quell'attaccante che non si era mai montato la testa riconosce esattamente sé stessa. È capocannoniere anche qui, in Serie B e in Serie C, completando l'impresa che lo rende unico: davanti a tutti in ogni categoria d'Italia. Con lui in attacco cresce un altro che a Livorno è religione, Cristiano Lucarelli: insieme formano una coppia gol che i livornesi si raccontano ancora come una favola, due «compagni di mille battaglie». Quando appende le scarpe al chiodo, il Livorno fa l'unica cosa che si fa per le leggende: ritira la sua maglia numero 10. Da allora, ad Ardenza, quel numero non lo cuce più nessuno sulle spalle. È appeso lassù, per sempre, come un nome su una targa.
Le storie dei grandi campioni di solito si fermano alla bacheca. La sua no. Perché la pagina più grande Igor Protti l'ha scritta da uomo, quando le scarpette erano appese da un pezzo.
Nel luglio del 2025 sceglie di non nascondersi e racconta lui stesso la verità, a viso aperto, come aveva sempre attaccato la porta: ha un tumore al colon, ha subìto un intervento, ha iniziato la chemioterapia. La malattia avanza, lo aggredisce fino alle vertebre. E lui la affronta come aveva affrontato ogni retrocessione da ribaltare e ogni difensore da saltare: senza fare la vittima, con quella forza tranquilla che a Livorno gli era valsa il soprannome di sempre — il leone.
Poi, alla fine di maggio 2026, arriva il giorno che vale più di qualunque gol mai segnato. Sua figlia Noemi si sposa. E lui vuole esserci — non da spettatore in disparte, ma in piedi, ad accompagnarla all'altare, come si era promesso quando era ancora il leone in salute. Il corpo è devastato, le gambe lo reggono a fatica: e allora a sorreggerlo, da un lato, c'è il figlio Nicholas Flavio. Padre e figli, stretti, un passo dopo l'altro lungo quella navata. La foto fa il giro d'Italia in poche ore: Igor che tiene la mano di Noemi, gli occhi lucidi, il sorriso di chi sta vincendo la partita più dura della sua vita davanti a tutti. «Con la forza di un leone», scrivono. E la mamma della sposa, la sua ex moglie Patrizia, gli regala le parole che valgono un'intera esistenza: «Hai portato nostra figlia all'altare con il cuore pieno di gioia. Sei stato ancora una volta un grandissimo babbo».
Aveva fatto in tempo. Tra una chemio e l'altra, contro ogni pronostico medico, aveva accompagnato sua figlia all'altare. L'ultimo dribbling, il più importante, lo aveva fatto al destino — e per un giorno, davanti a quel sorriso, aveva vinto anche quello.
Igor Protti se n'è andato nella notte tra il 18 e il 19 giugno 2026. Aveva 58 anni. E da uomo che aveva preparato ogni cosa, da capitano che non lascia lo spogliatoio nel disordine, aveva scritto lui stesso le ultime parole, che la famiglia ha consegnato a tutti noi come lui desiderava:
«Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale.»
Ringraziava la sua famiglia, «grande e meravigliosa», e poi «tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato, per l'affetto e l'amore sempre dimostratomi». E chiudeva con la frase di chi non ha paura nemmeno della fine: «sperando che sia un arrivederci e non un addio». Fino all'ultimo respiro ha parlato la lingua dello spogliatoio: la vita come una partita, la morte come il fischio dell'arbitro. Nessun lamento, nessuna recriminazione per le ingiustizie — nemmeno per quella maglia azzurra mai arrivata. Solo gratitudine, e rispetto per il gioco.
C'è un'ultima scena che bisogna avere il coraggio di raccontare, perché è la più bella e la più straziante. L'ha rivelata proprio Cristiano Lucarelli, il compagno di quella coppia gol. Negli ultimi giorni Igor lo chiama al telefono e gli dice solo tre parole: «Cri, sono arrivato». Lucarelli non capisce, e lui glielo spiega con l'unica metafora che possedeva: «Nel senso che l'arbitro sta per fischiare la fine. È questione di ore o di giorni». Gli lascia perfino un'ultima consegna, da capitano a compagno: di riprendersi una poltrona che gli aveva regalato, di portarla a casa sua, e di ricordarsi «ogni giorno di quello che siamo stati io e te». Poi il saluto, quello che spezza: «Ora fratello riposa in pace. Mi manchi di già».
Livorno ha fatto l'unica cosa giusta: lo ha pianto come un figlio. Lutto cittadino, la commemorazione dentro lo stadio dove aveva fatto impazzire un popolo, migliaia di persone a salutarlo. E alla camera ardente, in mezzo alla gente comune, in coda come tutti, c'era anche Massimiliano Allegri — perché certi rispetti non guardano in faccia le categorie né i palmarès. Da Livorno a Bari, dove aveva detto «amo Bari, per sempre», da Messina a Rimini, ogni piazza che lo aveva avuto si è sentita, in un colpo solo, un po' più sola e un po' più orgogliosa.
E allora eccolo, finalmente, il motivo per cui un ragazzo di Rimini che non ha mai vinto uno scudetto e non ha mai messo piede in Nazionale viene pianto da tutto un Paese. Igor Protti non ci ha fatto innamorare di una squadra. Ci ha fatto innamorare del calcio — quello vero, quello di una volta: fatto di province e di salvezze all'ultimo minuto, di gol guadagnati tra le botte e non regalati dai salotti, di bandiere che restano quando tutti scappano, di uomini che restano uomini anche dopo essere diventati leggenda. La Nazionale non l'ha chiamato mai. Ma lui, in fondo, una Nazionale l'ha avuta lo stesso: quella di tutti noi che amiamo questo gioco per quello che è, e non per quanto vale. Di quella, è sempre stato il capitano.
Ed è anche per questo che la sua scomparsa fa così male a chi questo gioco lo ama davvero: perché sono stati uomini come lui a farci innamorare del calcio, a regalarci la passione che ci portiamo dentro da una vita. Sono i personaggi così — le bandiere, gli anti-divi, quelli che si facevano strada coi gol e non con il procuratore più forte — ad aver acceso il cuore di intere generazioni di tifosi. E al calcio di oggi, quello dei cartellini gonfiati e delle fedeltà che durano lo spazio di un mercato, uomini così mancano. Mancano da morire.
Il suo viaggio è arrivato al fischio finale. Ma le partite dei più grandi, quelle, non finiscono davvero: restano nei racconti, di padre in figlio, esattamente come lui voleva. Un arrivederci, non un addio.
Ciao Capitano. E grazie. Sei stato uno di noi.
Questo racconto è nato nella Casa del Tifoso — la nostra piazza dove ogni tifoseria ha voce. Si tifa, si sfotte, ma con rispetto. 🔵
🏠 Entra nel gruppo La Casa del Tifoso →Analisi e probabilità su oltre 290 campionati, raccontate da chi il calcio lo vive. Gratis: registrati e prenditi la tua squadra.
Entra nella Casa — è gratis