VAKYR
C'è una squadra che è morta tre volte e tre volte è risorta. Un leone di provincia incastrato tra Roma e Napoli, che il calcio ha portato in paradiso al minuto 95 e gettato all'inferno al minuto 93. Ma a Frosinone la bandiera, comunque vada, la rimettono sempre su.
Su quello stemma c'è un leone. Non l'hanno messo per fare scena: l'hanno preso dalla loro città, e la loro città quel leone se l'è guadagnato più di duemila anni fa. Le cronache antiche, parlando di Frosinone, usavano una parola — Bellator, la guerriera — perché quando Annibale calava sull'Italia mettendo tutti in ginocchio, questa piccola terra su una collina, settantacinque chilometri a sud di Roma, non si piegò. Era piccola, era sola, non poteva vincere. E combatté lo stesso. Tieni a mente quella parola, tifoso del Frosinone, perché la tua squadra l'avrebbe onorata nel modo più duro che esista: morendo, e tornando. Ancora. E ancora.
È tutta qui, la Ciociaria. Una terra incastrata tra Roma e Napoli, le due regine che si prendono sempre la scena, e in mezzo loro: gente che non chiede niente a nessuno e non molla mai. Gialloblù, i colori della provincia. Il canarino come soprannome — piccolo, giallo, ma che canta anche quando fuori è buio.
Il Frosinone non è il club delle coppe e delle bacheche piene. È qualcosa di più raro: è il club che non muore. Lo hanno dato per finito tre volte — fallimenti, crac, società che chiudevano — e tre volte è rinato da zero: nel 1945, nel 1959, nel 1990. Ogni volta sembrava la parola fine. Ogni volta, dalle ceneri, qualcuno ha riappeso i colori gialloblù al muro e ha ricominciato da un campetto di provincia. Questa è la prima cosa da sapere su di voi: non siete la storia gloriosa di qualcun altro. Siete la testardaggine di chi rifiuta di sparire.
C'era un uomo, al vecchio stadio Matusa. Si chiamava Riziero Di Camillo. Per i frusinati non era un tifoso qualsiasi: era il tifoso. A ogni partita in casa faceva una cosa che oggi nessuno gli lascerebbe più fare: si arrampicava sul tetto della tribuna centrale. Lassù, in cima, da solo, sopra le teste di tutti, sventolava la bandiera gialloblù e la fissava al tetto. E lo stadio lo applaudiva.
Pensaci. Una squadra di provincia, senza coppe, senza gloria, persa nelle serie minori. E un uomo che ogni domenica saliva sul tetto perché quella bandiera la dovevano vedere tutti. Perché finché c'è qualcuno che pianta la bandiera, la squadra è viva. Riziero morì nel 1990 — proprio l'anno in cui il club, per la terza volta nella sua storia, falliva e doveva rifondarsi da capo. Sembrava una doppia fine. Non lo fu.
Quando il Frosinone risalì — in Serie B, e poi nel sogno della Serie A — i suoi tifosi sai dove andarono per prima cosa? Sulla tomba di Riziero. A dirglielo. A dirgli: ce l'abbiamo fatta, la bandiera è ancora su.
Questa è l'anima del Frosinone. Non una bacheca. Una bandiera che qualcuno, sempre, torna a piantare.
Poi arriva Maurizio Stirpe. Uno di casa, nato a Frosinone, l'azienda del padre Benito alle spalle. Prende un club di provincia e gli regala due cose che non aveva mai avuto: un futuro e una casa. A Frosinone c'era uno scheletro di cemento — uno stadio iniziato negli anni Settanta e abbandonato a metà per quasi trent'anni, il fantasma che ogni frusinate guardava pensando «non si finirà mai». Stirpe lo finisce. E nel 2017 lo intitola a suo padre: stadio Benito Stirpe. «Per lasciare qualcosa al territorio», dirà.
In quella casa nuova, il 16 giugno 2018, succede la notte delle notti. Finale playoff, in palio la Serie A, contro il Palermo. All'andata in Sicilia il Frosinone aveva perso: al ritorno deve ribaltare tutto. Maiello pareggia i conti al 52'. Poi si va avanti col fiato sospeso, il Palermo a caccia del gol che rovinerebbe tutto. E al minuto novantacinque — l'ultimo, quando il cuore ti scoppia in gola — Camillo Ciano parte in contropiede, servito da Koné, e fulmina il portiere. Due a zero. Serie A.
Quel boato, gialloblù, è tutta la Ciociaria che in un secondo sale sul tetto come faceva Riziero, e pianta la bandiera nel cielo. Il minuto 95 è il minuto in cui la provincia ha toccato il paradiso. E non era nemmeno la prima volta lassù: la prima, storica Serie A era arrivata già nel 2015, un paese di poche decine di migliaia di anime seduto al tavolo di Juventus, Inter e Milan.
Ma lo stesso orologio che ti regala un minuto, te ne può togliere un altro. E al Frosinone è toccato il più crudele di tutti. 26 maggio 2024, ultima giornata. La salvezza è nelle loro mani per tutto il pomeriggio. Manca pochissimo. Sembra fatta, sembra impossibile cadere adesso.
Poi, a quasi trecento chilometri di distanza, a Empoli, al minuto novantatré, Niang segna. L'Empoli si salva all'ultimo respiro. E quel pallone, entrato in un'altra città, in una partita che i frusinati non stavano nemmeno giocando, li condanna alla Serie B. Allo stadio Benito Stirpe la loro partita era già finita: lo hanno saputo così, fermi, mentre la notizia arrivava da lontano. Non una sconfitta sul campo. Una beffa caduta dal cielo. E su quello stadio è sceso un silenzio che chi c'era non dimenticherà mai.
Il minuto 95 li aveva portati in paradiso nel 2018. Il minuto 93 li ha buttati all'inferno nel 2024. Due minuti quasi gemelli, lontani sei anni, scolpiti per sempre nel cuore di un popolo.
Ma noi lo sappiamo già come va a finire. Lo sapeva Riziero. Lo sapeva quel leone che non si piegò ad Annibale. Il Frosinone è il club che muore e risorge: l'aveva fatto nel '45, nel '59, nel '90. Lo ha rifatto adesso. Perché dopo quel minuto 93 la provincia non si è seduta a piangere: ha fatto l'unica cosa che sa fare. È risalita sul tetto.
Stagione 2025-26: i Canarini dominano fin dall'autunno, chiudono a ottantuno punti, e festeggiano con un cinque a zero al Mantova. Serie A 2026-27. A un solo anno dall'inferno, di nuovo in paradiso.
Oggi a Frosinone c'è un bambino che non sogna di segnare a San Siro: sogna di segnare al «Benito Stirpe». E da qualche parte, sopra una tribuna, la bandiera gialloblù è di nuovo lassù a sventolare. Riziero, da qualche parte, sta sorridendo.
Puoi darli per morti quante volte vuoi. Loro la bandiera la rimettono sempre su.
Bellator. I guerrieri. I canarini che cantano anche al buio. Forza Frosinone.
Questo racconto è nato nella Casa del Tifoso — la nostra piazza dove ogni tifoseria ha voce. Si tifa, si sfotte, ma con rispetto. 💛💙
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